Non fare il salmone! Perché la competenza a volte ti porta dritto in bocca all’orso…

Non fare il salmone! Perché la competenza a volte ti porta dritto in bocca all’orso…

Essere competenti è sempre un vantaggio? No, a volte può addirittura diventare un handicap quando si devono affrontare situazioni nuove. Il motivo è semplice: se abbiamo delle competenze forti, difficilmente resistiamo alla tentazione di usarle.

Qual è allora il risultato? Spesso è che facciamo la fine del salmone. Risaliamo la cascata con un salto poderoso e… finiamo dritti in bocca all’orso! Questo proprio perché non sappiamo leggere la situazione in maniera adattiva e, forti della nostra capacità, facciamo le scelte che non dovremmo fare.

Con l’avvento dell’era digitale questo triste assunto è diventato drammaticamente valido in molti campi applicativi. Questo perché non solo sono cambiate le tecnologie, ma sono cambiati i paradigmi di creazione del valore. E non potete dirmi che non è vero, perché se state leggendo questo articolo lo state leggendo su Linkedin e già solo questo dovrebbe farvi riflettere su come vi rapportate alla vostra professione: al posto di sviluppare le vostre competenze professionali “hard”, anche voi, infatti, state impiegando il vostro tempo per “fare rete” e state generando valore attraverso le competenze “soft” (state generando valore, ve lo assicuro, anche se magari quel valore non finisce nelle vostre tasche ma in quelle di Linkedin).

Bene, l’osservazione di tante situazioni nella vita personale e, soprattutto, professionale dimostrano che, mai come oggi, la competenza perde se non è accompagnata da interesse, attitudine e apertura mentale. Ovviamente non è detto che chi è competente non sia capace di giocarsi anche le altre carte. Il problema è che, spesso, è talmente sicuro di quella che ha in mano, da non considerarle neanche.

 

Perché le competenze tecniche non bastano?

Io personalmente ho più volte osservato questa situazione nel mio contesto professionale negli ultimi anni. Io e i miei collaboratori, infatti, siamo un gruppo di persone fra i 40 e 50 anni, veniamo dal mondo della consulenza aziendale e delle ICT e, inoltre, alcuni di noi hanno lavorato per parecchio tempo nel settore della comunicazione, anche a buoni livelli. Apparentemente il background ideale per sviluppare iniziative imprenditoriali, anche in altri settori. In realtà no, se si pensa di poter saltare impunemente la cascata solo perché si è capaci di saltare… Quando ho aperto il primo nucleo del residence Best Vasto, io e il mio socio abbiamo creato un’organizzazione perfetta grazie all’investimento in domotica. Poi abbiamo pensato di aggirare gli alti costi imposti dai sistemi di booking online agendo attraverso la promozione diretta e le convenzioni. Abbiamo prodotto un bel depliant e studiato un piano di offerta che incentivava l’occupazione settimanale e mensile. Risultato? Un bel buco nell’acqua, perché non ci eravamo accorti che, nel frattempo, la richiesta di ricettività era diventata tutta last minute e si giocava solo sui soggiorni brevi. Quando ho aperto il ristorante a Torino, per la promozione, abbiamo sparato le cartucce che avevamo a disposizione con depliant, coupon su La Stampa e anche con una campagna Facebook che ha portato centinaia di lead qualificati a costi inferiori ai 5 euro a persona. Anche qui, però, il ristorante non è decollato.

In tutti questi casi, a posteriori, mi sono reso conto che l’errore era stato nella presunzione di sfruttare le competenze che avevo sviluppato negli anni ’90 e 2000, senza rendermi conto che il mondo era cambiato e che, dietro la cascata, non c’era il laghetto dell’infanzia, ma l’orso grizzly con le fauci spalancate. Fortunatamente l’umiltà mi ha portato molto in fretta a capire che, io middle aged man laureato in marketing, analista di sistemi ed ex programmatore, avevo la forma mentis per investire in soluzioni digitali per migliorare l’organizzazione e risparmiare sui costi del lavoro, ma non avevo la prontezza per sfruttare le nuove opportunità commerciali offerte dall’ecosistema digitale. Presa coscienza. in pochi giorni, mi sono fatto consigliare da chi aveva una sensibilità diversa dalla mia e ho messo in carreggiata le mie attività sfruttando quegli strumenti social che non sono proprio il mio pane quotidiano.

 

La soluzione? Misurare la digital readiness, cioè la capacità di adattamento ai nuovi paradigmi digitali

La morale della favola è che in tutte le situazioni descritte avere competenze specifiche da spendere all’inizio non mi ha permesso di individuare correttamente le opportunità che l’ecosistema digitale mi metteva a disposizione e la stessa cosa capita tutti i giorni a me, a te e a chiunque di noi. Solo che, nella maggior parte dei casi, neanche ce ne accorgiamo. Proprio perché non sempre c’è qualcuno intorno a noi in grado di farcelo capire. E anche se c’è, magari preferiamo non ascoltarlo.

Allora, cosa fare? Visto che si parla non di capacità (che si possono acquisire), ma di attitudini, inclinazioni e interessi, la cosa migliore è cercare di conoscere meglio noi stessi, in maniera da sapere quali opportunità siamo in grado di cogliere e quali tendenzialmente rifiutiamo.

L’assessment DRAW, con il suo modello sulle competenze digitali, è un valido aiuto per capire qualcosa di più di noi stessi e, perché no, anche delle persone che lavorano accanto a noi o che si candidano a farlo.

© Alessandro Obino – autore del modello DRAW

 

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